Stimolato da
Riccardo riprendo quanto avevo detto qualche tempo fa in occasione dell'8 marzo.
"[...]la discriminazione verso le donne ha radici antiche, come mostra il maschilismo di molte lingue vive e morte, naturali ed artificiali, per questo la lingua che sto costruendo per diletto ha fra le sue caratteristiche-base la parita' di genere...
La soluzione non e', secondo me, il “femminismo”, ma la soluzione e' il “paritarismo” cioe' il credere che gli uomini e le donne debbano avere pari opportunita'. Quest'idea espressa da questo neologismo, di cui sono uno dei “sostenitori della prima ora” e' talmente radicata nel mio “sistema di idee” che nel mio piccolo saggio (“Il Mondo Futuro”) ho scritto:
bisognerebbe istituire “quote rosa” e “quote azzurre” del 33,3% (ovvero di 1/3) in tutti i lavori, eccetto quelli poco gratificanti e tipicamente maschili (come il muratore) o femminili (i lavori di cura).
L'altro 33% sarebbe invece lasciato al merito e, eventualmente, a quote per i disabili. Questa doppia quota non sarebbe una “forzatura socialista-egalitarista”, ma anzi avrebbe un preciso valore culturale e scientifico, in quanto e' dimostrato (almeno allo stato attuale delle conoscenze) che le donne utilizzano il cervello in maniera, seppur di poco, differente rispetto agli uomini (e viceversa). Cio' vuol dire che in una “squadra” (o team o équipe) di lavoro e ricerca scientifica la presenza di entrambi i sessi potrebbe permettere di vedere lo stesso problema da angolazioni differenti e, quindi, di arrivare piu' facilmente e velocemente alla risoluzione dello stesso.
Il “paritarismo” e' uno degli aspetti di quella “uguaglianza non omologatoria” di cui parlo nel mio saggio, ma questa e' un'altra storia."
Queste le mie idee di allora: il paritarismo e la quota di genere di 1/3. Idee che sono rimaste sostanzialmente invariate, anche se segnalo che la mia proposta ha ricevuto una critica sui lavori "tipicamente maschili" e "tipicamente femminili" in "Lettere al futuro" (dove ho pubblicato per la prima volta l'articolo)... e anche sulle quote. Tale critica e' arrivata quest'anno ad un anno di distanza dal post, non ho ancora risposto su "Lettere al futuro" perche' in quel periodo non bloggavo.
Ecco la critica:
Scusami. Lo so che non ho alcun diritto di piombare qui a concionare dopo che ci sono capitata per caso (cercavo una bella immagine di mimose), ma ho letto due righe, mi sono incuriosita e… ho letto tutto.
Davvero non è mia intenzione seminare zizzania, ma te lo posso dire? non sono d’accordo… non sul “paritarismo”, ma sulle quote e sui lavori “tipicamente…”.
Sulle quote, perché le donne (come gli uomini, gli anziani, gli operai etc) non sono un tutto unico, quindi secondo me non è sensato farne una categoria. Se per caso nel 33% destinato alle donne ci finisce una Mata Hari nel gruppo, chessò, accoglienza agli stranieri, secondo te funzionerebbe? Secondo me il problema sarebbe da risolvere in altro modo, ma ammetto che è più complicato: bisognerebbe che “la partenza” fosse uguale, ed “il percorso” pure. Intendo la possibilità di studiare e di far carriera, di non doversi comunque accollare due compiti (casa e lavoro, ma magari ci dovrei aggiungere anche figli ed anziani) ed avere le stesse gratificazioni in termini di risultati, velocità di carriera e retribuzione. Cosa che non mi sembra possa essere garantita a quel terzo di scienziate, ad esempio, che quando escono dal laboratorio devono andare a casa ad occuparsi della cena…
Per l’altro aspetto, non sono d’accordo sul fatto che i lavori di cura siano “prettamente femminili”. Il mio compagno si occupa di assistenza sanitaria: la pazienza, la dolcezza che lui dimostra alle sue vecchiette è indubbiamente maggiore – e di molto – di quella che avrei io. Il che, a mio avviso, dimostra che “uomini” e “donne” non sono categorie. Abbiamo un cervello diverso, va bene. Ma – per fortuna! – non è che tutti gli uomini ce l’abbiano uguale… altrimenti sareste nemici tutti, e NON E’ VERO.
Però ti ringrazio: il tuo post mi è piaciuto.
Scusami ancora.
elena
Sui lavori "tipicamente..." dico brevemente che a me piacciono le regole con meno eccezioni possibili, quindi la quota di 1/3, per me, si puo' attuare per tutti i lavori.
Sulla quota di 1/3 invece non cambio idea, perche' mi sembra la quota piu' corretta e indica che almeno 1 persona su 3 e' di un determinato genere. Apprendo con un certo favore da Riccardo che questa era anche la quota del disegno di legge sulle quote in ambito politico:
"nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi del totale dei candidati" come si legge nel ddl n. 3051 presentato il 19 luglio 2004.
Almeno 1 donna su 3 quindi o, per dirla alla maniera di Riccardo, "almeno 1 donna ogni 2 uomini" (e ameno 1 uomo ogni 2 donne).